PAESAGGI INFORMALI
"LUISA CORBETTA espone i suoi quadri con slancio eppure con discrezione , quasi in silenzio , collocando una scelta delle sue prime e iltime opere dipinte, nel contesto di un'habitat ossia di un negozio dove è stata gentilmente sollecitata a presentarsi , per la prima volta.Disporrà le sue tele con la stessa naturalezza di quando me le mostra , nella sua casa di Carate.
Sono innanzituatto mele:mele solitarie , realizzate su tavola (gesso , acrilico e olio) nella loro pienezza un pò agra , un pò sfatta , come tutto ciò che accusa una inevitabile decomposizione nel tempo.Le mele sono certo interessanti : dipinde nel 2000 , hanno una sequenza che le introduce senza preamboli all'osservatore , che le rimastica sottilmente nella memoria.
Non sono oggetti di consumo e neppure di compiacente esteticità.
Sono frutti colorati che vivono con noi nel loro quotidiano passagio.
Ma più di questa generosa presenza mi interessa soffermarmi non tanto sulle sue figure-ballerine , che in un certo qual modo possono ricordare Degas o risvegliare le calze rosse di Fiume , quanto entrare con grande rispetto nei suoi paesaggi paesaggi di anima di respiro di espensione , di energia.Un Hartung rivisitato , un modesto Stradella rivendicato?Forse.Paesaggi geograficamente espansi una luce che si innerva nel colore.Un colore che si raggruma in nuclei addizionati ad una logica irrazionale e razionale insieme in percorsi infinitesimali , in brividi che si acquietano per risplendere ancora.Una struttura compositiva lega queste espansioni : un'ordine interno , una disciplina cromatica per cui il lirismo che ne nasce , si autocontrolla e risplende.
Quadri che affido per la loro autorevolezza alla degustazione dei sottili palati del visitore."
Luigi Stradella
I BAMBINI
"LUISA CORBETTA.Sono figure che rimandano a una rittratistica fotografica , le immagini proposte da Luisa Corbetta. Sono ritratti proiettati in una dimensione metafisica , quasi sospese tra il ricordo a la malinconia: dove il tempo è lontano e riporta emozioni familiari vissute attraverso una vena poetica carica di nostalgia.Si possono osservare così una serie di personaggi lontani dall'iconografia classica del ritratto e sicuramente poso somiglianti al soggetto reale , ma sostenute da una interpretazione rappresentativa che il fa rivivere con una forte emotività espressiva e singolare vitalità.Sguardi intensi e profondi che ci guardano."
Antonio Triacca
Scheda 14 (dal libellus “Amici alla Scuola Borsa” di Clemente Riccardi)
LUISA CORBETTA
Quest’anno non frequenta la Scuola, ma trova il tempo per dare una mano e un consiglio nell’Associazione. Spesso passa a trovare e salutare, con un bacio, gli amici.
È molto estroversa, anche se, conoscendola meglio, mi accorgo di una personalità molto sfaccettata, più riflessiva di quanto dia a vedere al primo giudizio il suo comportamento esuberante.
Di corporatura media con le forme femminili giustamente distribuite, ha un bel viso ovale, l’incarnato roseo, che farebbe presagire una capigliatura bruna. Ha una voce calda e carezzevole; i suoi grandi occhi scuri non sono mai a riposo, si muovono in continuazione a indagare e a scoprire il mondo circostante. L’aria circostante l’avvolge in un valzer lento. Porta occhiali di tartaruga scura con lenti quasi inesistenti.
Arrivava Scuola e salutava tutti con un bacio, molto casto quasi virtuale. Suppongo che chiunque l’avesse stretta un po’ troppo sarebbe stato eliminato dalla lista dei baciabili
Mi fa venire in mente quanto raccontato da mia moglie qualche anno fa. La bella Simona Ventura stava girando uno spot pubblicitario a Monza e loro, lei con gli scolari, si sono travati a fare da comparse senza aver organizzato prima. Nel clima gioioso del set del tutto informale, i bambini si sono fatti rilasciare autografi e si sono messi ad abbracciare la Ventura che ricambiava con piacere.
Finché si trattava di fagioloni, tutto bene, quando si è presentato per il suo turno il pluri-ripetente già con le sembianze dell’uomo fatto Simona gli ha gentilmente stretto solo la mano, “no, con te niente baci e abbracci”.
Luisa è stata allieva del M.ro Stradella, di cui ha assimilato il buono e ha poi sviluppato proprie tematiche. Produce parecchio è quella più prolifica di opere della compagnia. Quando si organizzano mostre collettive, arriva sempre con qualche nuova opera. Con l’amica Enrica Radaelli è forse l’unica che si cimenta in opere dalle dimensioni fuori dal comune, nella migliore tradizione degli artisti contemporanei americani. Non arriva, come dice Antonio Triacca ad “entrare” nel quadro, ma un piede o una gamba l’introduce di sicuro.
I suoi soggetti sono molto vari, spesso, giustamente, si dedica a cicli di lavoro ben precisi.
Recentemente ha sviluppato lavori ispirati al mondo della prima metà del ‘900, specialmente con bambini in primo piano, sempre adeguatamente ambientati. I colori usati sono sul grigio ocra, come quelli delle vecchie fotografie. Lei non ne parla bene, non è completamente soddisfatta. Invece hanno un loro interesse e un loro “bel perché”.
Per un certo periodo è stata molto appassionata di fotografie. Con una bella macchina semi professionale fotografava tutto e tutti a Scuola e alle collettive. Ho anch’io qualche sua bella fotografia.
Oltre che socievole è anche generosa, comunque sempre imprevedibile. Ultimamente, avendo espresso il desiderio di avere una sua opera, mi ha regato un bel mezzo busto, un giovane un po’ schizzato, che ha presentato nella collettiva per i 150 anni della Scuola presso la nuova Università di Medicina di Monza. È un’opera medio grande, giocata su bianchi ‘colorati’, grigi chiari e grigi più scuri, tra il dipinto e il collage di cartoncini ondulati a creare movimento sulle superficie piatte. Me lo sono messo in studio così lo guardo mentre lavoro al computer.
Ha tutto per avere successo nel mondo moderno e fare il salto per essere un’artista di personalità, è creativa, ha fantasia, si cimenta con qualunque soggetto e materiale di lavoro, è sufficientemente volubile per non lasciare trasparire quello che pensa veramente.
Forse la famiglia, a cui è molto legata, l’impegna parecchio e non le permette di dedicare al lavoro artistico tutto il tempo che vorrebbe.
in effetti, se è possibile il paragone, non aveva già prevista una situazione simile Gesù? “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Perché l’arte è per i coraggiosi, tutto il resto è copia.
Le sue fatiche non saranno apprezzate da tutti, ma, certamente, dalle persone intelligenti con gusto e sensibilità, aperti al nuovo.
VERNISSAGE DELLA MOSTRA DI LUISA CORBETTA
presso Elite Gallery, Via Marco Formentini N.14, Milano (Zona Brera)
16-06-2016 Ore 18,00
Intervento introduttivo di Ivan D'agostini (Architetto/Poeta)
I.D.: Questa è una prima serata; perché in questo bell’ambiente si tende ad inaugurare un ciclo, in cui il tema fondamentale è l’orizzonte. L’orizzonte, in questa prima serata, viene declinato attraverso un’azione fondamentale dell’uomo che è quella di disegnare, di stendere graficamente l’espressione della nostre necessità comunicative: l’uomo, non a caso, ha imparato prima a disegnare e poi a parlare. Un’altra cosa che posso dire in questo ambiente, tra amici, è che ho fatto tesoro di questa considerazione con un passaggio che è la parola; è la necessità di comprendere che la parola è un artificio, come ho detto prima, ma torniamo a Luisa. Luisa ha tracciato l’imbocco di questa prima serata, declinando il significato dell’orizzonte. L’orizzonte è un qualche cosa di enigmatico, anche se noi lo usiamo come un qualche cosa di scontato perché è sempre lì e per quanto noi cerchiamo di raggiungerlo, non lo raggiungiamo mai. Una prima cosa che mi è piaciuta ed è fondamentale! Ma io queste cose le ho scritte guardando i quadri di Luisa, non conoscendo Luisa fisicamente, ma conoscendola attraverso le cose che lei fa. Attraverso l’azione, attraverso questo linguaggio che è una sorta di alfabeto, tra l’altro pensato, non codificato che trovo interessante. Questo primo pistolotto l’ho intitolato “trame”!
“A volte capita di leggere tra gli incroci dei fili del tessuto della tela; a volte quel reticolo emerge appena, appena dal lembo dei colori che la mano sapiente ha ricamato, magari dettato dalla ferocia dall’intensità della passione che ha preso il sopravvento sull’arte, il registro del tessuto. Pare persino di sentire l’ardore, e la pazienza con la quale ella, trasognante nelle sue delizie mentali, ha manovrato quell’arnese di cui a volte si fa fatica a distinguerne la minuziosità delle forme. Spesso vien da chiederci come può un goffo, un troglodito utensile, prensile, deliziarci con quelle delicatezze, nella mano sapiente dell’autore. Financo mai esserne stato educato nell’infanzia, ma, come autodidatta, ha colto il valore della semplice complessità delle tinte basi.
[È un po’ quello che mi raccontavi tu: che è andata a scuola da Galimberti, il quale non le ha insegnato il colore, ma le ha insegnato altre cose].
Qual è questa risposta?
Semplicemente amore”
è la risposta più consona a tale lavoro di Luisa.
Parole in libertà (Luisa Corbetta L.C., Ernesto Galimberti E.G. e Ivan D'Agostini I.D.)
L.C.: allora, siccome io sono qui e sono in mezzo a gente che più famiglia di così, a parte quelli di sangue, non si può! Ci sono quelle persone da cui ho imparato molto, appunto: Galimberti, Triacca eccetera. Per esempio sono arrivata a Scuola senza aver fatto il corso del colore. Galimberti si è sempre preoccupato che io non avessi fatto il corso del colore. E c’era Triacca che diceva: - ma no, non preoccuparti -
E.G.: tale e quale.
L.C.: Questo era per dire che, comunque, loro poi sono appassionati, altrimenti non insegnerebbero, e han trovato che se sono andata a Scuola era perché avevo questa passione. Però, di fatto, non è che sono riusciti a registrarmi poi più di tanto. Perché io andavo... Giusto? Perché io andavo, ma, come si diceva prima, il loro ruolo è stato quello, come dice la metafora che lui usa: che il muretto a furia di piovere rimane bagnato. E questo è quello che è successo a me, io non gli davo retta.
E.G.: Potevi dirlo prima!
L.C.: Si vedeva! È vero che si vedeva?
E.G.: no mi dispiace..
L.C.: E io, guarda, mi ricordo di Moscatelli, che adesso non c’è più, Moscatelli che, ad un certo punto, se ne è liberato; mi ha detto: - vai giù -, mi ha mandato giù (nel semi interrato NdT). È vero o no che mi ha mandato giù!? Dove c’erano quelli bravi. Non perché io era brava, ma perché almeno lì potevo fare qualsiasi cosa. Cioè mi ha mandato a sfogarmi. Capito? Dicendo: - tanto verrai su te -.
E.G.: Ed è vero.
I.D.: Mi è piaciuta la metafora del muretto!
L.C.: Lui me l’ha fatta! (indicando E.G.)
I.D.: Perché, accidentalmente, un po’ di anni fa mi sono laureato in architettura e più o meno tento di fare l’architetto, da quasi 40 anni. Una delle tecniche murarie è quella di riempire i mattoni di acqua per fare in modo che quando si pongono contro un’altra superficie il mattone non vada a bruciare il supporto dietro, ma inizi la sua solidarizzazione con il resto. Chi ha una vaga memoria ricorda che i muratori prendono, specialmente d’estate, i mattoni e li mettono dentro l’acqua perché possano legare meglio, altrimenti si bruciano.
E questa cosa qui del rifiuto si rifà al fatto: è come se tu avessi riempito la tua testa di tutta una serie di nozioni tecniche e poi tu le avessi, in un certo qual modo, rifiutate. Mandando tutti al diavolo per non dire di peggio, ma facendo di questa cosa una tua organizzazione.
L.C.: Ma certo!
I.D.: Un tuo stile personale. Un po’ mi sono divertito a leggere nelle trame di questi elementi, un alfabeto, quasi elementare/complicato, la parola elementare con complicato va abbastanza d’accordo. Elementare perché lei ha tenuta questa linea sulla quale in fondo tutti dobbiamo andare che poi, invece, traduce in molteplici forme e tanti linguaggi grafici: da questi “graffiati” agli altri, come potrei dire, “liquefatti”. Tutto sommato in uno dei pistolotti parlo di liquidità anche dell’orizzonte: c’è un punto in cui l’orizzonte diventa liquido, c’è il mare: il cielo e il mare si confondono.
L.C.: Io li confondo, sono piani che distinguo ma confondo.
I.D.: Hai provato a girarli qualche volta?
L.C.: Sì, no. Li giro. Alcuni dietro hanno il gancio dalla parte opposta.
I.D.: Ah! Anche se io vedo in quello, 1,2,3 A B C 2. Si il C2: A B C partendo da sinistra, 123 e poi scendi, quello verde con la base corta e quel cielo imponente!
L.C.: Quello. Ecco. Ah sì. ….
I.D.: Quello ha una identità innegata. Cioè pur suggerendo nella verità del fondo dell’orizzonte, ha una comunicazione immediata sul linguaggio e sulla separazione tra cielo e mare. Anche se poi alla fine tu arrivi a distinguere. Non so se poi è stata casuale, o che cosa, la messa in scena di tutto quel reticolo.
L.C.: No, certo, allora, come dice Franco, che non c’è ancora,: - niente viene per caso -
I.D.: Certo.
L.C.: e quindi siccome io una volta ho detto: questa cosa mi è venuta per caso: - niente viene per caso -. Allora ho fatto mia questa cosa qua. Ma in effetti io sono piuttosto istintiva: quello che viene, viene. Ho tutto nella testa. Non è che mi faccia grossi problemi, quello che viene,.
I.D.: Appunto!
L.C.: Viene, proprio perché non calcolo
I.D.: Faccio una domanda: quindi il tutto, secondo te, avviene con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi?
L.C.: Ma non so, non saprei dire.
I.D.: Ma …, Luisa, dipingi con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi?
L.C.: Non lo so, non lo so. Francamente non lo so. Non lo so nel senso che, è vero, ci sono delle cose che non le hai neanche pensate, ma la mano va! No? e, quindi, e quindi con gli occhi chiusi!
I.D.: Quindi è istintivo, quindi ce l’hai dentro.
L.C.: In questo senso non è a caso.
I.D.: Perché ce l’hai, lo possiedi. Lo possiedi e lo governi.
L.C.: Sul governare, magari di meno! Diciamo di sì perché se no poi faccio una figura! Ah. Ah Ah ..
I.D.: Tanto hai detto che siamo tra amici no?
L.C.: Siii, figuriamoci, certo, guarda.
I.D.: È un po’ come l’incazzatura uno dice come prima, sei feroce nel disegnare. Questa ferocia se tu la governassi non sarebbe tale.
L.C.: No, no, no.
I.D.: il fatto di capire, poterla gestire, governare e addomesticare.
L.C.: No è vero.
I.D.: Addomesticare è una brutta parola.
L.C.: Il fatto di comprenderla ti dà la possibilità di governarla.
I.D.: Perché se non la comprendi non la governi.
L.C.: Ohh perché dopo fai le cose e cresci, no? Per ora il mio modo espressivo è in questi piccolini. Io vengo dal periodo in cui ho usato il collage e ho usato vari formati, mi sono divertita tantissimo. Ho fatto i personaggi che sono monocromi sul grigio. Poi ho avuto proprio bisogno di qualche cosa di più piccolo, di più colorato, perché mi uscivano dagli occhi queste cose grandi.
I.D.: Colorate.
L.C.: No colorate son queste. I personaggi no.
Arriva Stefavo Valera (S.V.): Chiedo scusa per il ritardo. Buona sera.
L.C.:Stefano!! Ah Ah. Molto piacere, cià, qui, qui, così.
Perché, niente, funziona così, no?. Quella fase mi piaceva perché siccome io, notoriamente, sono una persona di successo, allora andavo a prendere fotografie del passato e le rielaboravo. Per uscire da questa menata, no? Perché mi sono stancata …., lui è stato il mio poeta.
I.D.: Io immagino che abbia una scatola; poi la Luisa tira fuori questi cosi.
L.C.: Siccome io non lo conosco come non conosco Stefano. È tutta gente che ho incontrato in occasione di questa cosa, no?. Lo vedo per la prima volta e isso pure. Però io con lui (Stefano) avevo parlato (telefonicamente).
I.D.: Però hai parlato anche con me, per telefono.
L.C.: Ma io ho più parlato con lui (Stefano).
I.D.: Ma io non sono geloso! Se io sono un poeta lui è?..
L.C.: lui anche lui. Vero? Siii … meno male perché io non lo sono.
I.D.: Tu sei la poetessa della pittura, dell’immagine. Va bene, ma eh eh! Tu scrivi con quel tipo di supporto. Te l’ho detto: secondo me, siccome l’uomo ha iniziato prima a disegnare che a parlare, se vuoi tu hai colto la matrice, l’essenza. Ma i pittori sono fortunati a maneggiare tutti questi colori qua. A parte che noi tutti abbiamo iniziato a pasticciare su un foglio di carta. Ho un’età per la quale quando sono andato all’asilo, dalle suore, mi hanno insegnato a far queste cose, per altro io sapevo già fare quelle cose perché mia madre mi aveva messo lì, quando rompevo le balle, con una matita in mano. Otto o nove mesi!! Sì io a otto/nove mesi camminavo e parlavo. Mia madre non vedeva l’ora che io andassi a scuola perché era stanca di sentirmi parlare, perché tutti i bambini, dicevo, iniziano prima a disegnare e a pasticciare con quell’utensile che è la nostra mano. Tu sei per tutti questi colori privilegiata, perché sei in grado di comunicare con un alfabeto che, in realtà, tutti quanti noi abbiamo almeno a livello di impostazione primitiva. Poi impariamo a scrivere, però la scrittura è più condizionata da un punto di vista tecnico perché intanto uno deve imparare la lingua, deve imparare a renderla sonora, poi deve imparare la grammatica e sottostare ad alcune regole per poterla scrivere. Invece nella parte grafica uno poi si sbizzarrisce. Luisa, dopo aver imparato un certo tipo di tecnica, poi l’ha negata; lo testimonia quel quadretto lì, quello che ha detto lei prima, dove ha sovrapposto tutta una serie di colori perché forse non le piacevano e, non so, per mille e più ragioni, dopo di che è andata, non so in uno stato d’ira, è andata ad asportare parte di quanto steso.
L.C.: Perché Io, lo so, sono una esagerata, allora i pastelli, che io adoro, mi danno la possibilità, don don, di lavorare sul legno, perché altrimenti la tela la bucherei. Arrivo ad un certo punto che ho bisogno di capire. Arrivo ad un certo punto che io stessa dico: ma è troppo !! Allora con la spatola incomincio a togliere. Secondo me il lavoro viene meglio quando tolgo, perché alleggerisco e mi posso fermare al momento giusto. (Michelangelo!) No quale Michelangelo è come quando uno ha bisogno di fare dei riassunti, no? Voi non lo so, Io ho bisogno di fare dei riassunti perché altrimenti è troppo!! Allora io prima ho bisogno di mettere su tutto, come Moscatelli mi ha insegnato, no? e poi togliere. Ho già detto dei miei insegnanti che mi hanno mandato giù da basso. Quando ti sarai sfogata sarai tu a venire No? E allora mi piace molto questo modo, perché più roba metti, più togli. È come se mi riscoprissi.
Intervento di Stefano Valera (S.V. critico d’arte del Corriere della Sera)
S.V. Io non ero preparato per un dibattito.
L.C.: Ma neanche noi!
S.V.: Ho immaginato di venire e guardare i lavori dal vero, perché non li avevo ancora osservati e, quindi, non sono preparato ad un dibattito.
L.C.: No, No, è venuto spontaneamente.
S.V.: Trovo che per quando riguarda l’arte contemporanea vi siano alcuni punti fermi, perché in realtà nessuno ha veramente una ricetta definitiva di lettura delle opere d’arte contemporanea. Non ce l’ha nessuno. Cioè chi fa finta di capire tante volte, magari è preparato, ma in realtà bluffa. Perché comunque è difficilissimo dare un giudizio definitivo su un’opera contemporanea. Quello che conta, secondo me, alla fine sono le cose base: cioè dove si capisce se la persona ha fatto o no un lavoro, un percorso ben definito, e perché l‘ha fatto. Se poi ha una capacità cromatica, la capacità di mettere i colori in un certo modo.
(Rivolto a Luisa) E direi che l’impatto delle tue opere è notevole in questo senso: il colore c’è ed anche in un modo piuttosto pronunciato, in questo senso, rispetto ad una tradizione italiana che si sa, su certi colori ha sempre frenato un po’, fino a Boccioni, dopo di che tutti capirono che si potevano mettere più rossi, più blu, più verdi, ma fino ad un certo punto perché, comunque, la pittura italiana è fondamentalmente molto più contenuta. Io adesso dico cose mie che magari non vengono accettate da tutti. E quindi, diciamo che, fatte salve queste cose, poi è bello, per esempio che ci sia la possibilità di poter esporre arte, che non è una cosa così comune, sia di avere uno spazio in centro come questo, che da la possibilità di esporre altrimenti oggi uno incontra normalmente mille difficoltà, lo so perché se si tenta di organizzare delle mostre uno trova mille difficoltà e, particolarmente, il costo dello spazio, per chi non è Cattelan. Voglio dire, se uno non è Cattelan ha dei problemi a fare un’esposizione. A meno che non abbia possibilità di sfruttare spazi comunali, spazi pubblici dove ha la possibilità di esporre. Questa disponibilità penso sia una bella occasione; è un po’ di anni che seguo questi discorsi e lo posso dire. Io credo che sia giusto che l’arte possa essere più popolare e quindi più vista. Che la gente possa avere la capacità di educare il proprio gusto, di scegliere delle cose. Che non è così scontato perché in Italia succede proprio questo: tante volte uno non se la sente di dare un giudizio, è intimorito, magari a una persona piace un’opera ma non la comprerebbe mai, perché, non so, teme di sbagliare, di non avere gusto. E invece è appunto quello che sarebbe bello fare, secondo me, che le persone si liberassero dai timori e, quando vedono una cosa in cui si riconoscono, per esempio un’opera tua che apprezzano, la prendano, se la comprino e se la portino a casa perché sicuramente la tua opera dice qualche cosa a loro. Chi si riconosce ha trovato un qualche cosa che lo rappresenta, anche se non è un critico d’arte, anche se non è pane che mastica tutti i giorni. Trovo che queste siano delle cose fondamentali. Ci sono oggi a Milano moltissime mostre, ma è anche vero che io trovo che spesso la gente sia pilotata e quindi succede che non ha, liberamente, la capacità di formarsi, di farsi una propria opinione. E questo è il grosso problema: c’è appunto una scarsa affezione, per mancanza d’insegnamento, all’arte Italiana. In fondo l’arte Italiana è un po’ come la nostra cucina: una delle cose più note del mondo, però noi non ce ne rendiamo conto. Abbiamo il patrimonio artistico più notevole però noi, probabilmente, siamo incapaci di valorizzarlo. Questo è un po’ una sintesi di quello che io penso e quindi ho visto queste opere che sono molto belle, per quello che ho visto entrando. Adesso le guarderò ancora bene e spero che se qualcuno verrà qui in negozio per altri motivi abbia la possibilità di apprezzarle e comperarle.
Proprio così, senza montarsi la testa.
Persona del pubblico (P.d.P.): Se qualcuno dovesse farsi una propria opinione, cosa importantissima, che cosa presuppone? Una preparazione, un accostarsi a queste opere quotidianamente se a portata di mano e qualcuno che ne parli come sta facendo lei.? (Rivolta ad una persona accanto) Noi, continuando a frequentare questi eventi , io in primis, con la mia amica ci siamo fatte una cultura, tra virgolette, se così posso dire, in materia. Ma continuando a frequentare questi posti, perché prima, proprio zero! È giusto farsi una propria opinione, ma bisogna conoscere e poi scegliere. No?
S.V.: Sì è così perché comunque ci sono molte forme espressive e non è detto che ognuno di noi ci si ritrovi.
P.d.P.: Assolutamente!
S.V.: E, allora, bisogna avere anche il coraggio di dire: no io in quest’opera non mi trovo proprio, senza rinunciare a quello che è il proprio gusto.
P.d.P.: Assolutamente senza vergognarsi, perché in alcune opere, non che non mi piacciono, non mi ritrovo.
S.V.: Sì uno può mettersi a studiare la storia dell’arte o mettersi a dipingere ma diciamo che non è una cosa da tutti. Una frequentazione, comunque, quotidiana, insomma, è come una lettura, ogni tanto, di un romanzo, di un libro, è quello che aiuta, che forma. Sicuramente ci sono dei fatti inusuali, diciamo che c’è una realtà poi ad un altro livello, cioè quando oggi si fanno acquisti d’arte di una certa entità, ma non si fanno neanche perché ci piace un artista quanto perché si viene indirizzati come se fosse un investimento. E questo trovo che sia una cosa abbastanza triste.
P.d.P.: Sì molto!
S.V.: Comunque i grandi collezionisti della storia hanno sempre amato quello che comperavano, non lo facevano come investimento. Perché alla fine queste cose rimangono, cioè poi va bene tutto, se uno ha la possibilità di comperarsi un Picasso se lo compera e va bene così; se piace quel lavoro della Luisa, uno dice: - però, quanto costa? magari me lo prendo-, ma poi il consulente dice: - ma no guarda c’è un lavoro del tale, andiamo nella galleria e compra quello-. Non è così, insomma, secondo me non è così che funziona. Poi ognuno ha le sue idee le sue piccole passioni e ha i suoi preferiti.
P.d.P.: Lei parlava dei colori classici.
S.V.: No, io parlavo proprio di una tradizione della pittura Italiana, anche questa è una mia lettura
P.d.P.: Sì, tutto serve.
S.V.: e non sono un’autorità in materia. Però se lei considera la tradizione Italiana, proprio da un punto di vista cromatico, non è che gli artisti italiani sin dal medio evo siano stati molto coraggiosi come accostamenti cromatici. Alcuni nella storia sono diventati importanti perché hanno rischiato e inventato un colore preciso, altrimenti è un’arte che va un po’ a sfumarsi, cioè non crea contrasti. Diciamo che, secondo me, il momento liberatorio, per l’arte Italiana, è stato quello futurista, quel periodo con Boccioni, quando veramente hanno incominciato ad usare i colori saturi e il dinamismo. Lo stesso per il divisionismo, certo, certo anche prima, come Bernardino Luini alcuni artisti, devo ammetterlo anch’io, hanno fatto degli accostamenti particolari, però ecco diciamo che è una tradizione che rispetto ad altri paesi nordici, soprattutto, è sempre stata un po’ timorosa come accostamenti cromatici.
I.D.: C’è stata anche una componente geografica.
S.V.: Sì, sì, se vai Venezia e anche alla scuola di Milano hanno dei colori, per esempio, che sono dettati da una condizione del calar del sole, con luce radente.
I.D.: Volevo fare una considerazione. L’arte, comunque, ha bisogno di un alfabeto per essere compresa e quindi, anche a rischio di essere frainteso, è importante avere una propria preparazione, altrimenti ci si ferma di fronte alle prime difficoltà, però anche questa credo sia una cosa importante. Nei lavori di Luisa ho colto degli stati emozionali, che sono quelli che servono alle persone. Poi vi possono essere dei dati di stati emozionali di diversi livelli. Perché pochi credo che guardino la tela con la Scuola di Atene di Raffaello e comprendano per intero il messaggio che lui stesso ha voluto trasmettere. Mia madre, che non ha una preparazione specifica in questo senso, si ferma e dice sì questo è disegnato bene. Mentre se guarda queste opere potrebbe dire: che roba è? … … …. ….
Dunque ci sono diversi livelli. Luisa, per quanto mi riguarda, riesce a toccare delle corde, poi quali siano queste corde o quali messaggi voglia trasmettere, ci perderemmo in parole o parolone, dettate più da una cultura che uno ha e che non riesce a trasmettere che dalla realtà. Hai ragione di dire che la nostra pittura è stata per alcuni anni un po’ timida.
S.V.: … è vero che la strada maestra dell’arte Italiana, di cui parlano tutti i manuali, è stata quella al seguito di alcuni autori,ma sappiamo tutti che c’è stata anche una strada parallela, che però è meno conosciuta. Certo meno grande e storicamente meno importante. Mi è capitato, recentemente, di tornare a Monza proprio nella Cappella dove c’è la corona ferrea e di guardare quei lavori che sono, in realtà, notevoli, però poiché non sono così noti, alla fine la gente apprezza piuttosto Masaccio, perché comunque, come dire, quella di Monza era un ramo secco o una parte d’arte perdente, rispetto a quella prevalente.
I.D.: Non era sponsorizzata!
S.V.: No, perché si rifaceva ancora al gotico, al tardo gotico settentrionale, non ad un’arte che stava sopravvenendo con il Rinascimento, ma alla fine abbiamo una Cappella che è comunque un capolavoro. Adesso che è stata restaurata, se vi capita andatela a vedere, perché merita. Ci sono nell’arte, e più uno si informa e più ne trova, tante altre ricchezze che non sono molto note, ma che stuzzicano la curiosità andandole a vedere, magari con l’aiuto di qualcuno che ci fa vedere e apprezzare delle opere straordinarie che non sono del tutto note, non entrano del grande circolo. Pittori che non sono noti perché in realtà li conosciamo poco, alla fine. E qui ci fermiamo se no ….
Intervento di Ernesto Galimberti (Maestro di psicologia della visione alla Scuola Borsa)
E.G. Volevo ritornare, forse ho capito male, al discorso di prima dell’aggiungere: aggiungere ma per togliere. Secondo me se c’è da vedere “dentro”, è proprio questa tua capacità di aggiungere e lasciare. Attenzione perché dico così, perché questo rende diafanica la superficie, altrimenti se tu togli e non lasci la traccia di quello che c’era prima diventa superficie. Invece la caratteristica che vedo io e, anche per il discorso dell’orizzonte ... Prima finisco questa. È proprio questa caratteristica di sommare segni e colori , ed è più pertinente in questo caso il pastello, perché il pastello lascia sempre la tracia della traccia, mentre se tu usi il pennello, il pennello invece è corposo; il pennello fa corpo, fa macchia. Invece il pastello ha questa capacità. Secondo me il discorso è proprio questo, in alcuni casi meno, ma in alcuni casi qual è l’effetto che fa l’opera della Luisa: è quello di portarti dentro, attraverso proprio questa superficie diafanica. Perché penetra, va oltre.
Per quanto riguarda invece l’orizzonte, secondo me, quando lei “gioca” l’orizzonte in equilibrio tra lo spazio verticale diventa meno interessante di quando, invece, lo gioca spostando l’orizzonte verso il basso, oppure l’orizzonte è appena sopra. Perché a quel punto, come dire, ci conquista di più, ci fa penetrare di più quello spazio, quella superficie rispetto all’altra che è più piccola, meno visiva. Che, però per me, il succo di tutto è sempre questo gusto di mettere il colore e rendere la superficie diafanica, rispetto invece ad una superficie che è superficie, non va oltre, su cui l’occhio non può andare oltre. Quindi, secondo me, la cosa importante è proprio questa: il gioco dell’orizzonte e il gioco della superficie; magari inconsciamente perché, parliamoci chiaro, il processo del fare è quello che serve per visualizzare. Altrimenti l’idea rimane idea, rimane concetto. Ma poi è nel processo del fare che io vado a concludere. Cioè vado ad indicare che cosa intendo esprimere. Secondo me il processo del fare qui è ben incardinato; forse io arrivo a questo, perché avendola avuto come allieva, ma nel senso che mi sfuggiva, adesso poi sono venuto a conoscenza oltretutto che se ne fregava … E io le ho dato sei.
L.C.: Allora, allora.
E.G.: Allora averlo saputo, sto scherzando. Per me questo diafanico è importante dentro questi quadri, direi.
L.C.: Ma se è una mia pietra miliare!
E.G.: Sto scherzando.
L.C.: Ma come stai scherzando? stai scherzando nel dire che sono brava?
E.G.: No!!! Sto scherzando sul fatto che ti ho dato sei.
I.D.: Una cosa volevo dire e spezzare otto lance: sul fatto che queste cose, indicazioni, servono anche a raccontare che c’è anche un mondo esterno a quello codificato, a quello esposto ad alcune regole che noi riusciamo a gestire. E questo è la dimostrazione che intanto la capacità di fare c’è ed è anche prepotente, massiccia, aggressiva e quant’altro
L.C.: Io sono discreta,
I.D.: e che se si vuole si può anche comprendere alcune cose senza omologazioni e senza sotterfugi, poi ci sono anche quelli “capaci”, quelli sponsorizzati grazie anche all’impegno, in fondo, di tanti privati di tanti che ci mettono impegno. Io sono di quelli che ci mette del suo quando faccio le mie cose. Metto del mio perché ci credo quando lo faccio, richiamando una cosa detta da Luisa prima, lo faccio perché mi diverto, mi diverto davvero. Sto da quarant’anni a disegnare le case, lo faccio perché è una passione e lo faccio soprattutto con serietà: i bambini quando giocano sono serissimi e s’incazzano quando qualcuno va lì a rompergli l’animo, perché sono seri nel loro lavoro. Non capiscono le interruzioni!
[Nota: la trascrizione dal parlato è stata fatta eliminando alcune ripetizioni e frequenti intercalari. Dove il rumore di fondo non permetteva di seguire il parlato sono stati messi dei puntini …]